Tenera è la memoria

Nella società della cultura mediatica, della navigazione in Internet, del villaggio globale, del ' podismo culturale ' di massa, della corsa sempre più frenetica all'avere e all'apparire, lo spazio di esplorazione più interessante, e più arduo insieme, è quello del silenzio: quello intimo, che libera le emergenze e le risonanze interne, quello della memoria, e dell'attività restitutiva e immaginante o immaginifica della memoria.
Il pettine sta giungendo ai nodi: voglio dire che, dopo anni di massificazione e fluidificazione dei messaggi, di velocizzazione della comunicazione e delle esperienze, si scopre che le stratificazioni del 'vissuto' sono sempre più superficiali, sottili, esigue, e che ad un aumento di conoscenza strumentale e meccanica degli artifici, a una straordinaria quantità e varietà di automatismi corrisponde un gravissimo impoverimento della conoscenza materiale e della confidenza con la natura e con i suoi processi specifici.
Questa è una delle non poche ragioni per cui diventa quanto mai interessante e importante il viaggio all'interno di noi stessi, il seguire Ulisse oltre le colonne d'Ercole del conscio, sollecitare i sedimenti fondi dell'esperienza, per tastare ciò che veramente ci appartiene, che è in noi, tessuto vivo della nostra identità, riferimento ed ancoraggio contro la vertigine e il naufragio in un mare di nulla.
In questo viaggio la pittura è strumento di primaria importanza, che consente di attivare ricordi, impressioni, percezioni, di portare alla visione interna, per poi tradurla in immagine plastica, l'esperienza, la qualità dell'esperienza delle cose.

E a me pare che tanto l'impaginazione con fondali d'ombra densa, o ritmati da semplici quinte di riferimento di profondità, quanto l'attenta indagine cromatica e luministica di Luciana Vettorel Ghidini miri proprio a questi esiti di riappropriazione e riconquista degli spazi interni di risonanza, di autentica riaquisizione, certificazione e raffinamento della prensilità dei sensi e della plasticità e plasmabilità della psiche: cose semplici che affiorano nelle stanze della memoria in virtù di una luce pastosa che si fa via via più chiara, più 'insinuante' brillante, scivolando sulle cose (sedie, fiori, frutta, cappelli di paglia, papaveri, pannocchie, vecchio ferro da stiro, candela, tovaglie, macchina da cucire, lavabo) e dando ad esse una tenera consistenza plastica, senza spigoli vivi, che le fa ancora più pretesti per l'esplorazione nell'intimo, oggetti contemplativi di rinvio emotivo innanzitutto, ma anche sensitivo e intellettivo, alla realtà, all'apprendimento in quanto recupero di un fare che è sostanzialmente modellare e modulare la propria capacità di sentire, di trattenere, di corrispondere al mondo esterno, interiorizzandolo e dandogli spessore e durata.
Così la semplicità di impianto e l'ordine distributivo, coincidono con una volontà di ascolto e di riscoperta delle voci e degli echi delle cose, come dilatarsi dello spazio psichico, slargarsi e illuminarsi delle stanze della mente e del cuore, della capacità di immaginare per conoscere, e di conoscere per immaginare, coltivando il sentimento, riallacciando il legame con la  natura naturata e la natura naturans, con le inesauste
potenzialità creative di essa.

Molto al di là del pur utilissimo esercizio pittorico, dunque, le nature morte di Luciana Vettorel Ghidini assumono un significato di alto valore simbolico in uno spazio e in un tempo laterali, paralleli a quelli della realtà, peculiari di una sorta di 'realismo magico', incantato, di evocazione poetica che tende a essere sempre più pura e restitutiva di un delicato confrontarsi, 'fuori storia', di realtà e sogno, di esperienza diretta, sensibile, e memoria, sedimenti del ricordo.
Luciana Vettorel Ghidini reagisce dunque allo smarrirsi della coscienza delle cose e rinvigorisce il suo legame con il mondo intimo attraverso suggestioni di forme famigliari, oggetti comuni, ma soprattutto per mezzo di modulazioni luminose che sconfiggono le ombre della 'smemoria' e restituiscono alle cose stesse una capacità irradiante, una luminosità che diventa emblematica del'l'illuminazione interiore, conoscitiva, del ritrovato 'orientamento' della  psiche, che può tornare ad affacciarsi senza vertigine verso il pozzo della 'reverie ' per arricchirsi, e, forse, arrivare ad abbattere le pareti delle stanze per conquistare l'ebrezza del 'plei'n air ', del paesaggio solare, dei tuffi nel grembo del cosmo stellato, del fluire dell'energia, e forse anche il coraggio estetico ed etico della figura umana, oggi ancora così difficile perché retorica o accademica, falsa o troppo manieristica e citazionista.

L'approdo prossimo dell'intensa attività e della rapida maturazione stilistica di Luciana Vettorel Ghidini mi pare proprio il superamento delle 'pareti', lo slargarsi dei sensi interni e dei terminali nervosi alla memoria più ampia della natura, alle articolazioni più complesse che lo schiarirsi della tavolozza (fino a vibrazioni e a morbide trasparenze madreperlacee) e il gioco delle quinte già annunciano, rompendo la fissità di un ricordo che si arresta sgomento e nostalgico.
Nei colori delle opere recenti fiorisce una gioia esistenziale nuova, che una sempre maggiore sicurezza di trasposizione sulla tela dello sguardo interno, fa presagire davvero proficua di ulteriori conquiste anche verso la realtà esterna, come speranza di un mondo nuovamente vivibile, migliorabile, e ancora ' memorabile ' .


Giorgio Segato 1996

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