Profilo di una raffinata poetessa della materia

E’ un pomeriggio caldo di giugno. Ho il privilegio di incontrare Luciana Vettorel Ghidini nella sua casa, insieme a Giuliano, suo sposo, sua forza.
Entro “in punta di piedi” negli spazi del loro quotidiano, dove lo scorrere del tempo è scandito dalla copiosa e qualificata presenza di opere pittoriche realizzate da Luciana.
Mi coglie il timore di violare la loro intimità, ma tale sensazione viene presto fugata dalla generosità di lei che mi accompagna discreta lungo questa galleria di dipinti, testimonianza sempre nuova e quanto mai sorprendente del suo lungo, fruttuoso cammino di artista.
Il cuore della casa è lo studio, la fucina del farsi della pittura, il luogo prodigioso dove i pigmenti, le pietre dure, l’oro, la carta fatta a mano si trasformano tra le dita di Luciana, strenua lavoratrice e, nel contempo, raffinata poetessa della materia.
Guardo alcune opere riposte in questo piccolo laboratorio, esiti tra i più recenti dell’arte della Vettorel Ghidini, e, affascinata, mi convinco ancora una volta che gli artisti sono come gli angeli, messaggeri speciali incaricati di portare ai mortali l’annuncio di un “altrove” che solo a loro è concesso di “sfiorare” grazie all’uso delle ali. E Luciana stessa, nel catalogo della mostra “Tracce luminose” (2011), scrive del “bisogno dell’anima di volare”, di mettersi alla “ricerca di infinito” attraverso la sua erranza di donna-artista.
Percorriamo letteralmente tutta la casa ed è come sfogliare pagine e pagine della storia di Luciana: ogni pagina è segnata da un’opera, ogni opera è un tributo alla vita, indagata, sofferta, profondamente onorata nei suoi valori.
Dopo aver “camminato” insieme a Luciana così intensamente dentro la sua pittura, mi sembra di poter affermare che alla base della sua esperienza artistica vi è il desiderio, da un lato di cercare la verità delle cose, dall’altro di mettersi in relazione con se stessa e con il mondo, visibile e non.
E’ il desiderio che spinge Luciana a cercare sempre nuove frontiere per la sua arte, la quale, seppur vasta e caleidoscopica, è riconducibile a due momenti fondamentali, quelli che, come scrive Antonella Uliana (2011), portano la pittrice “dalla poesia delle piccole cose alla prospettiva cosmica”.
Ebbene, nella prima fase si annoverano le numerose opere in cui Luciana dipinge oggetti semplici: una bicicletta, un attaccapanni, una sedia vuota, contesti apparentemente disabitati dall’uomo eppure così “in relazione” con esso. Come a dire che l’assenza dell’uomo ne evoca la presenza, la quale si manifesta nei segni tangibili del suo passaggio in questo mondo. Dunque, in Luciana gli oggetti non sono affatto dei feticci o degli elementi conchiusi nella loro matericità. Al contrario, essi hanno un valore eccedente, divengono paradigmi di una realtà che sta nel pensiero dell’artista e che l’artista “ri-corda”; si direbbe letteralmente “richiama in cuore”. Si tratta di immagini che divengono sacre, trasfigurate come sono nella memoria e rese in pittura mediante una sintesi compositiva e cromatica. E’ come se Luciana consultasse il passato per interrogarlo, capirlo e custodirlo con cura. Il contrappunto emotivo è palese: questi ricordi implicano la consapevolezza della perdita, eppure costituiscono il “tessuto connettivo”, la saldezza della sua persona.
L’anno 2010 sembra rappresentare per la pittura di Luciana un vero e proprio spartiacque.
Ed ecco che il suo viaggio interiore, rinunciando per lo più all’aspetto narrativo, pare dirigersi piuttosto verso un’indagine di carattere cosmico: da dove veniamo? Di cos’è fatto l’universo che ci contiene?
E’ così che l’oro e il quarzo e l’azzurro intenso, come elementi primordiali, si impastano sulla carta rugosa descrivendo vorticosi agglomerati interstellari quasi di polvere, idrogeno e plasma, esplosioni galattiche a dir poco affascinanti che Luciana sembra scrutare con il “telescopio orbitale” della sua anima. Oltre la bellezza di queste “concrezioni” artistiche che, usando un termine caro ai giovani, “spaccano” letteralmente, vi è per Luciana una ricerca di senso, percepibile anche quando a questi astri in movimento l’artista associa inequivocabili forme architettoniche svettanti quali grattacieli, guglie, pinnacoli o, in altri casi, degli edifici sacri idealizzati, eremi, santuari, monasteri, luoghi in cui la tensione verso l’assoluto si fa anelito verso Dio.


Cristina Falsarella, 2015

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