La polvere del ricordo galleggia nello spazio

L’occhio s’avvicina timidamente all’oggetto amato. E’ una semplice sedia su cui qualcosa ( una rosa, un cappello, una pannocchia, un grappolo d’uva ) si appoggia morbidamente;  oppure un sacco di juta aperto, da cui spuntano delle castagne o delle zucche o magari alcuni tronchi di legna da ardere.
Tutto sembra fisico, legato alla tattilità stessa della materia; eppure tutto, in un certo senso, si spiritualizza. Quelle “ cose “ diventano dei ricordi: struggenti ricordi di un’infanzia lontana, teneri e gentili, appena velati da una forma sottile di nostalgia. Sulla sedia impagliata qualcuno s’era seduto; e una mano aveva gettato le castagne nel sacco.
E’ come se le antiche presenze rivivessero come fantasmi invisibili.
E’ questa la qualità di Luciana Vettorel Ghidini: una sorta di passaggio quasi inconsapevole tra la realtà presente, che si pone davanti allo sguardo, è un’altra realtà, che è quella del pensiero. Nel terreno intermedio tra i due stadi si colloca una pittura che cerca soprattutto l’ “ atmosfera “ della memoria, quindi l’effusione del sentimento.
Quelle sedie, quei sacchi si trasfigurano.
A fissarli intensamente possono diventare forme allusive, quindi sospese nell’aria, quasi larve, talora sfocate da stesure sensibili di colore, anche se apparentemente immote, ferme nel loro fisico ingombro. Occorre saper cogliere questa lievissima, forse impercettibile metamorfosi che si attua davanti a noi. La polvere del ricordo galleggia nello spazio. Come diceva Matisse, la pittura è essenzialmente “ un rapporto d’amore “.
L’artista deve catturare e saper comunicare questo dialogo ineffabile che si svolge all’interno dell’immagine.
Luciana Vettorel Ghidini lo fa con delicatezza, con pudore, attenta anche e soprattutto all’equilibrio degli accordi cromatici. Talora i toni caldi si bilanciano armoniosamente coi freddi; la forma si evidenzia e poi si scioglie con calibrato rigore. Sono quadri del silenzio: momenti di estasiato ricordo in un tempo, come il nostro, che si sforza nevroticamente di disperdere più che di accumulare.
Ecco perché gli oggetti che l’artista veneta rappresenta hanno una dimensione diversa dalla dura oggettività del presente. C’è finezza nelle stesure, ma soprattutto c’è una luce soffusa che irrora gli oggetto dando ad essi - come dicevo – una dimensione che va oltre la loro evidenza reale. In fondo è questa la “ magia “ illusionistica del pittore: far lievitare l’immagine al di là di ciò che può fisicamente rappresentare.
Occorre che il pubblico tenti di uscire dall’oggettualità pura; e si lasci trasportare dal senso nostalgico che aleggia nei quadri.


Paolo Rizzi  -  1995

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