Infiniti spazi

Sono due i modi per leggere le opere di Luciana Vettorel Ghidini, uno che rimanda alla Texin, che indica la capacità umana di fare un qualsiasi oggetto, l’altra, quello dell’artificio, il dare forma a un’immagine per comunicare altro.
Così due anfore per l’artista possono essere due oggetti o la metafora della maternità. Un duplice modo dunque per esprimere il proprio essere artista; come del resto duplice è il suo rapporto con l’opera: uno, per così dire, materiale che si concretizza nella produzione del supporto in carta – rigorosamente fatta a mano – e quello seguente appartenente alla sfera della creatività vera e propria e che si esplica nel linguaggio della pittura.
Un procedere dunque che propone alternativamente due atteggiamenti tra loro complementari ma necessari a dare completezza espressivo – comunicativa dell’opera.
Ci si potrebbe chiedere quale dei due aspetti creativi sia quello che maggiormente esprime la personalità dell’artista. Sinceramente credo che, nella loro alternanza anche temporale, siano i due motori che hanno contribuito progressivamente a dare contenuto formale ed estetico al lavoro di Vettorel Ghidini.
Nel suo studio, dove riposa la memoria di un lungo percorso artistico, almeno dagli anni ottanta, possiamo osservare sequenzialmente le sue opere, le quali, nella loro successione compositiva, esprimono un’evoluzione di tipo centrifugo. Infatti, se le prime opere si soffermavano sulla rappresentazione della realtà, le ultime guardano invece all’infinito; un passaggio dunque dalla cosa materiale quotidiana all’immaginazione frutto della riflessione, dalla riproduzione degli oggetti familiari ( le nature morte ) alla simbologia della forma.
Anche le ultimissime composizioni mettono in luce il progressivo passaggio da un particolare simbolismo della forma alla raffigurazione dell’infinito.
Non si tratta certo di un’evoluzione in senso spiritualistico quanto piuttosto dell’allargamento di una propria coscienza artistica che, nella sintesi dell’ultima sua ricerca, rimanda a quell’astrazione formale che ha caratterizzato una parte della tradizione pittorica bizantina. Non è quindi un caso se troviamo, in queste sue recenti opere, la presenza di un colorismo quasi monocromo ( alterna, infatti, immagini dalla predominanza cromatica di rossi con altri di blu in scenografie dalle profonde campiture nere o comunque scure); mentre i riverberi della luce provengono dalle foglie d’oro velate da una pittura parzialmente ricoprente.
Immagini dalla solida forma e dai colti e significanti rimandi in un intreccio di eteree forme Che rinviano agli infiniti spazi da cui proviene ( come l’artista sottolinea in un suo verso) “ la luce / l’arcana luce / che illumini / il mio vagare “.

                             Diego A. Collovini 2012

<< Torna alla pagina precedente