Dall'interiorità alla ricerca dell'altrove

I lavori di Luciana Vettorel Ghidini raccolti in questa mostra antologica testimoniano l’evoluzione stilistica di una pittrice sensibilissima che esprime, attraverso una personale ricerca iconografica  e stilistica, la sua passione per l’arte.
Ne è passato di tempo da quando, usando una tecnica tradizionale come l’olio, rappresentava un mondo fatto di oggetti apparentemente semplici e quotidiani ma fortemente carichi di implicazioni simboliche. In queste prime opere interni dal sapore antico accolgono sedie, fiori recisi, chiavi, scatole, orologi, giocattoli abbandonati, vasi di coccio, cappelli di paglia … forme familiari che, circondate da un’atmosfera rarefatta, si rivelano ai nostri occhi come testimoni di un ordine e di una quiete che ci rassicura perché segno di armoniosa continuità tra passato e presente.
Luciana ha la capacità di dare a ciò che è familiare un aspetto più profondo, a ciò che è comune un significato più alto, al noto la dimensione del mistero, al finito l’apparenza dell’eterno…
La sua è pittura del silenzio dove la presenza umana non è che un indicibile soffio, un ineffabile eco che si leva dalle cose; ma in queste opere l’assenza dell’uomo paradossalmente ne rafforza l’esistenza poiché gli elementi simbolici, caricati della sua vita, ne recano le tracce, l’impronta, il respiro.
L’artista fruga nella memoria e porta a galla emozioni di un vissuto personale che avvertiamo appartenere anche ad ognuno di  noi. Pare risorgere il mito del fanciullino pascoliano; negli oggetti quotidiani che Luciana sceglie di immortalare riposa l’intuizione, come nei versi del poeta, della fresca e fragile verità delle cose.                    
La dimensione intima di questi quadri si apre verso il mondo esterno in due opere dei primi anni ottanta dove protagoniste sono figure femminili affacciate ad un balcone. Quegli archi, che inquadrano tranquilli paesaggi vasti e luminosi, segnano il punto di contatto tra l’ interiorità e l’altrove, sono la prima apparizione nella poetica dell’artista di un tema che svilupperà successivamente: l’anelito verso l’infinito, il desiderio di trovare nella natura consolazione alla fragilità della vita umana e nell’orizzonte lontano  la promessa di una possibilità ulteriore.
In tal senso anche la serie di opere dedicate al tema dell’albero è particolarmente evocativa di quella ricerca di elevazione, di quella nostalgia dell’infinito che, secondo il poeta romantico Novalis, è il fondamento della religione e nasce dalla contemplazione dell’universo.
L’albero, colonna del cielo secondo Buddha, simbolo della vita che continuamente si rigenera diventa, nei lavori di questa pittrice, custode di memorie individuali e collettive.

Nei lavori eseguiti intorno al 2000 l’artista raggiunge esiti di elegante raffinatezza; dimostra di varcare i confini di quel realismo immediatamente riconoscibile che contraddistingueva il suo precedente modo di operare ed esprime in modo particolarmente poetico un’intensa componente spirituale.
I protagonisti delle opere, in linea con il suo personalissimo codice rappresentativo, diventano ora tazze, anfore, libri che vengono però caricati di sottili riferimenti simbolici attinenti alla sfera del sacro.
In un’epoca in cui la rilevante laicizzazione della società relega il sentimento religioso in una dimensione privata dell’esistenza, l’artista con questo ciclo offre la possibilità di allontanarci dalla drammaticità della vita conducendoci in un luogo dello spirito dove il pensiero ha una qualità elevata.
I suoi dipinti infatti, sempre legati in maniera indissolubile alla dimensione di una realtà intima e familiare, lasciano trapelare sinceri accenti di spiritualità che invitano a sostare e riflettere.
In Madre dolcissima due tazze rosse occupano la superficie del quadro; la più grande contiene la piccola con un’evidente allusione alla confortevole e amorosa ospitalità delle braccia materne tra le quali trova rifugio il figlio. La freschezza del tema della  Madonna con bambino oppure la solennità dell’iconografia della Pietà vengono qui trasformate attraverso un simbolismo armonioso e una  dimensione lirica del colore e della forma.
Nelle composizioni di Luciana i toni dei grigi silenziosi e attutiti si accendono alla comparsa dei rossi e degli azzurri su cui si posa la luce, catturata da cristalli di quarzo depositati sulla superficie.
Il motivo della ciotola, cui l’artista comincia a dedicarsi nel 2002-03, si carica in numerose opere di significati profondi: con la sua forma accogliente allude, in Fertilità, alla fecondità del ventre materno; in Agape ci riporta alla frugalità conviviale dei primi cristiani; in Sinfonia di tazze e Danza delle tazze il filo rosso che scende dall’alto, posandosi sul bordo dei recipienti, rimanda al senso di una vita nella quale il legame familiare è espressione di unità, amore e continuità.
A questo tema riconduce anche l’immagine dell’anfora che ricorre, con la morbida sinuosità del suo corpo e accostata a volte a fiori recisi, come simbolo di  prolificità e maternità.
In Prodigi invece il riferimento è al primo miracolo pubblico di Gesù compiuto durante un banchetto nuziale nel villaggio di Cana in Galilea quando l’acqua, contenuta nelle giare, fu trasformata in vino.
Ma le anfore di Luciana Vettorel ci riportano alla memoria anche immagini lontane nel tempo: dalle antiche urne cinerarie al vaso incautamente aperto da Psiche di ritorno dall’Ade a quello di Pandora da cui uscirono tutti i mali del mondo ponendo così fine alla mitica Età dell’Oro

Dopo anni di sperimentazione su vari supporti, nella mia solitaria ricerca artistica ho incontrato finalmente questa carta! E’ stato un incontri ineluttabile. Dipingere su questa carta è una magia. E’ un materiale ruvido, sensibile, vivo, è un supporto che accoglie e trasmette i simboli, i segni, i racconti e le mie emozioni.
Con queste significative parole Luciana Vettorel Ghidini sintetizza la passione di una vita, la sua ricerca artistica  e l’amore per una particolare carta di canapa, realizzata a mano, sulla quale interviene con tecniche miste a alla quale affida ricordi, pensieri, sentimenti.
Nelle realizzazioni pittoriche più recenti la superficie rugosa della carta produce un andamento mosso, a tratti aggettante e in rilievo su cui si dispongono i pigmenti colorati che, impreziositi dai bagliori della polvere d’oro o dai riflessi di murrine e di cristalli di quarzo, danno vita a raffinatissimi accordi cromatici.
È questa la serie di opere sul tema del viaggio dedicata alla riflessione sul destino ultimo dell’umanità; la materia cromatica costruisce forme rotondeggianti, delinea su sfondi scuri percorsi arcuati e spiraliformi, crea asperità e improvvise accensioni luminose, si affida alla preziosità dell’oro, alla profondità metafisica dell’azzurro, ai rossi carnali …
Davanti ai nostri occhi si concretizzano corpi celesti, organizzati a volte in ideali dittici o trittici, che abitano un universo in espansione, materializzati in un’atmosfera nella quale non giunge l’eco dei rumori della vita; l’uomo è lontano, il silenzio è assoluto.
In Cime dorate, Verso l’infinito e Verso il cielo questi pianeti, circondati da un’aureola luminosa, paiono dotati di una forza di attrazione quasi magnetica verso cui tendono le sottostanti forme verticali delle cime montuose e dei grattacieli; si tratta di una efficace rappresentazione, anche tramite il raffinatissimo  cromatismo, della ricerca di elevazione e di infinito cui tende da sempre il genere umano. 
I corpi

Dopo anni di sperimentazione su vari supporti, nella mia solitaria ricerca artistica ho incontrato finalmente questa carta! È stato un incontro ineluttabile.
Dipingere su questa carta è una magia. È un materiale ruvido, sensibile, vivo, è un supporto che accoglie e trasmette i simboli, i segni, i racconti e le mie emozioni.
Con queste  significative parole  Luciana Vettorel Ghidini sintetizza la passione di una vita, la sua ricerca artistica e l’amore per una particolare carta di canapa, realizzata a mano, sulla quale interviene con tecniche miste e alla quale affida ricordi, pensieri, sentimenti.
Nelle realizzazioni pittoriche più recenti la superficie rugosa della carta produce un andamento mosso, a tratti aggettante e in rilievo su cui si dispongono i pigmenti colorati che, impreziositi dai bagliori della polvere d’oro o dai rifle astrali di Luciana Vettorel Ghidini manifestano evidentemente la tensione spirituale verso i territori del sacro che appare una componente costante della sua ricerca espressiva; questa pittura fatta di bagliori e luminescenze pare invitarci a recuperare quella dimensione profonda che si sottrae alla nostra capacità conoscitiva e nella quale non c’è alcuna certezza scontata e razionale.
Il sacro non viene distrutto dalla società e dall’arte contemporanea – afferma infatti il poeta Andrea Zanzotto - ma passa alle spalle, si interra. Sussiste nell’oscurità di una coscienza che crede di aver tutto dominato e demistificato.
In Astro infuocato e Richiami invisibili percepiamo una forza cosmica primigenia,  respiriamo la solennità di un tempo sospeso; in opere come Viaggio nel cosmo e Vortice avvertiamo il senso dello  spazio e il respiro dell’esistenza.
Con queste immagini che animano le sue personalissime “carte” Luciana sembra accostarsi agli artisti del passato che, dai manoscritti miniati del Medio Evo fino alla michelangiolesca volta della Cappella Sistina, hanno realizzato cieli con astri luminosi per rappresentare il quarto giorno della creazione dell’universo quando Dio, per distinguere il dì dalla notte, pose nel cielo le stelle e le due grandi luci del sole e della luna.
L’artista  affronta il mistero di un vero irraggiungibile che la magica alchimia della pittura tramuta in forme armoniose e appaganti pur sottintendendo tensioni e rielaborazioni di un pensiero profondo e problematico.
Emerge la ricerca di pace e di salvezza che si manifesta nella proposta di un viaggio il cui approdo finale è il cielo infinito, la meta ultima un astro luminoso, luogo dell’antico sogno ma anche rassicurante indizio di prospettiva futura.
Ecco allora apparire, in lontananza, Una nuova terra feconda di messi dorate quasi un Eden ritrovato …    

Luciana Vettorel Ghidini ha definitivamente abbandonato la descrizione delle piccole cose, quel mondo fatto di semplici oggetti, indagati e rappresentati con particolare attenzione al dettaglio, che  costituiva il background di una narrazione personale, nutrita di emozioni, ricordi e nostalgia che caratterizza anche la sua produzione poetica.
La sua attenzione si sposta dalla dimensione privata del quotidiano, legato ai valori di una realtà intima e familiare, ad una prospettiva cosmica, alla consapevolezza di un comune destino.
In questo suo percorso di ricerca spirituale e di tensione metafisica era quasi fatale che l’artista fosse attratta da quel grande serbatoio simbolico dell’iconografia cristiana che è l’Apocalisse di San Giovanni; fin dall’epoca paleocristiana le parole ispirate da Dio al veggente di Patmos hanno trovato efficaci rappresentazioni nell’arte esprimendo una sequenza di immagini fantastiche dal significato spesso oscuro.
Per i continui riferimenti espliciti e simbolici a guerre e cataclismi l’Apocalisse, nell’immaginario collettivo antico e moderno, è sempre stata evocatrice di inquietanti presagi, richiamo ad un tragico ed imminente epilogo dell’umanità. 
Luciana Vettorel Ghidini invece interpreta l’ultimo libro della Bibbia come messaggio di speranza, disvelamento del senso della storia dell’uomo, annuncio della possibilità del bene di vincere sul male.
Il tema della Rivelazione viene affrontato in opere come Era simile a un’aquila, Arcani presagi e Non ci sarà più notte, lavori nei quali la forma si allontana da una facile riconoscibilità per diventare sottilmente evocativa.  
La Bibbia dimostra quindi ancora di essere il grande codice della nostra civiltà, quell’alfabeto colorato della speranza in cui per secoli i pittori hanno intinto il loro pennello come affermava Marc Chagall, quell’immenso lessico iconografico dal quale è impossibile prescindere, pena l’incomprensibilità delle nostre radici culturali e quindi della nostra più profonda identità.
I suoi ultimi lavori Meditazione, Richiami, Incompiuta sinfonia, Raccoglimento ci parlano, ancora una volta, di una personale ricerca spirituale sottolineata dai titoli evocativi; le brillanti sagome di un monastero, di una chiesa goticheggiante, di un edificio romanico, circondate da astri e vortici luminosi, appaiono visioni di una trascendenza che sfugge alla storia.
Sono la testimonianza di quella ricerca amorosa e lucida, sottintesa già dai suoi esordi, volta a forzare il silenzio di Dio.


Antonella Uliana  2015

<< Torna alla pagina precedente